Le tentazioni di Marchionne nell’era americana di Fiat

E’ fatta. Sergio Marchionne ha potuto finalmente festeggiare la “liberazione” di Chrysler dai creditori di stato, cioè il governo di Washington e quello di Ottawa: 7,5 miliardi in tutto, restituiti grazie a un bond (3,2 miliardi), altri 3 miliardi prestati dalle banche e poco meno di 1,3 miliardi di dollari versati dalla stessa Fiat in cambio di un 16 per cento della casa di Detroit, che andrà ad aggiungersi al 30 per cento già assegnato, a costo zero, al Lingotto.
22 AGO 20
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E dello stesso Marchionne, che pure ha finora smentito il disegno di diventare grande azionista di Fiat. Come ha invece ipotizzato Giuseppe Berta, storico dell’economia e grande esperto di casa Fiat: “Non siamo di fronte a un manager – va osservando Berta – ma a un uomo che ha ambizioni da imprenditore. Con un raggio d’azione superiore a un manager e un’autorità conferitagli dal presidente degli Stati Uniti. Penso che prima o poi Marchionne sarà azionista. Non di controllo, per carità, ma con una base azionaria che convalidi questo ruolo imprenditoriale”. Per ora l’ad del Lingotto nicchia, tutt’al più osserva che a differenza che in Italia, in America “business is king”, senza compromessi sindacali o politici. Come piace a lui, che lì è davvero di casa, assai più che a Torino o a Roma. Ieri il numero uno di Fiat e Chrysler era nell’impianto di Sterling Heights, assieme ai vertici del sindacato Uaw e ai rappresentanti della Casa Bianca, mentre in Italia, finalmente, Fiat metteva su strada uno dei sospirati nuovi modelli: la nuova Ypsilon.

Certo oggi, come ripete John Elkann,
nell’orbita di Exor c’è un gruppo da 4 milioni di vetture, per più della metà prodotte nelle due Americhe. Certo, nel 2009, secondo gli ultimi dati aggregati della International Organization of Motor Vehicle Manufacturers, tutto il gruppo Fiat (incluse Ferrari e Iveco) produce 2 milioni 460 mila veicoli, in confronto ai 2 milioni 679 mila del 2007. Mentre in Italia, ha scritto ieri il Sole 24 Ore, gli stabilimenti nel 2010 “hanno visto un ulteriore calo della produzione al minimo di 560 mila unità”, a fronte di 645 mila nel 2009. Secondo fonti Fiat, invece, a sommare automobili e veicoli commerciali leggeri non si è andati nel 2010 oltre le 800 mila unità. Salta comunque all’occhio che nel nostro paese Fiat è sotto di quasi mezzo milione di vetture rispetto ai dati del 2007, l’ultimo anno prima della grande crisi, e che Marchionne, grande finanziere, si è rivelato abile soprattutto a spostare le produzioni dove le condizioni erano migliori. A Betim, in Brasile, per esempio, dove nel 2010 sono state sfornate 746 mila vetture – erano 713 mila nel 2008 – più che nei cinque stabilimenti italiani. O in Polonia. E, domani, in Serbia. Senz’altro negli Stati Uniti e in Messico. In Italia? C’è tempo, ma non troppo. L’acquisto del 46 per cento, ha scritto ieri l’ad ai dipendenti italiani, “è solo un passaggio tecnico”. L’obiettivo è “di essere non i più grandi. Ma i migliori”. Trattasi di capire se sia possibile con la Fiom.